L'eredità del raìs Gli investimenti nel dopo-Saddam
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da Il Sole 24 ore del 5 febbraio 2003, L'eredità del raìs Gli investimenti nel dopo-Saddam
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Caccia a un tesoro che inghiottirà miliardi
BAGHDAD - Quanto? Centocinquanta, duecento? "Di più, molto di più di tutte le previsioni fatte finora". L'ex viceministro del petrolio, Taha Ahmed Moussa sorrideva e si gonfiava di orgoglio nazionale snocciolando le stime sulle riserve petrolifere dell'Irak: "Quando verranno esplorate tutte le regioni del Paese avremo più di 300 miliardi di barili". Un quarto di tutte le riserve mondiali, più o meno quelle che conta l'Arabia Saudita, la "banca centrale" del petrolio mondiale, leader dell'Opec con i suoi 8 milioni di barili al giorno.
I petrolieri fissavano Moussa compiacenti ma un po' scettici. Oggi anche il dipartimento americano dell'Energia dà ragione ai calcoli di Baghdad: l'Irak ha riserve provate per 112 miliardi di barili ma probabilmente un tesoro nascosto di altri 100-150 miliardi. Sul piano petrolifero l'Irak è il Congo del 21° secolo, una riserva finora sfruttata soltanto a metà. E come il Congo del 19° secolo, definito allora uno scandalo geologico, l'Irak è da sempre una preda ambita dalle major dell'oro nero.
"Ci sono 526 pozzi da perforare ma si è lavorato soltanto su 125: di questi 90 hanno un potenziale petrolifero, soltanto 30 sono stati in parte sviluppati ma appena 12 si possono definire in produzione - dice il geologo iracheno Muhammad al Gailani. - Può immaginare che potenziale per il futuro dell'energia: qui sotto, a 600 metri c'è il 30-40% delle riserve". Il petrolio di Baghdad è anche quello più a buon mercato. "Estrarlo costa da 70 centesimi a un dollaro al barile", dice un rapporto della compagnia nazionale irachena. Nel Caspio, nuova frontiera dell'oro nero, i costi di produzione variano dagli otto ai 12 dollari e le riserve asiatiche non sono certo così abbondanti.
"Abbiamo calcolato di produrre a 97 centesimi al barile e con queste quotazioni del greggio avremo margini di profitto sopra l'80% ", esulta John Teeling, capo di una delle poche compagnie occidentali al lavoro in Irak, la Petrel di Dublino, che ha appena ottenuto i diritti di esplorazione. Ma il rombo dei caccia americani su Bassora, nella no-fly zone, oscura i suoi sogni di gloria imprenditoriale e di guadagno.
Di chi sarà, domani, il petrolio iracheno? La parte del leone oggi la fanno i russi. I loro contratti hanno un valore, stimato, in oltre 8 miliardi di dollari, e vendono il 40% del petrolio iracheno che finisce poi sul mercato degli Stati Uniti, da qualche mese i maggiori acquirenti del greggio di Saddam.
In Irak i russi imperversano nei settori industriali più diversi: 300 società sostenute da comitati d'affari dei politici moscoviti in perenne fibrillazione. Da quando nel '96 gli iracheni hanno accettato la risoluzione "petrolio contro cibo" dell'Onu, che incassa i proventi delle esportazioni di oro nero e approva tutti i contratti di fornitura, i russi hanno venduto a Baghdad oltre 4 miliardi di dollari di merci, dall'alimentare, ai medicinali, a parti di ricambio per far marciare un’industria petrolifera decaduta per l'embargo e le guerre.
La Russia gioca qui una partita strategica. Mosca vuole diventare un attore determinante sul mercato del petrolio e anche se non riuscisse a sostituire l'Arabia Saudita come principale fornitore americano, come si ventilava in questi mesi, può ambire a diventare la pipeline più importante per l'Europa. In teoria i russi possono produrre più dei sauditi, in pratica la loro capacità è limitata dai costi di estrazione e trasporto dalla Siberia. Questa è una delle ragioni perché Mosca non vuole quotazioni del greggio troppo basse: lo sfruttamento dell'oro nero siberiano diventerebbe poco interessante. Il petrolio iracheno può assicurare a Mosca un controllo decisivo su una delle maggiori produzioni e incidere sulle quotazioni.
l'Irak custodisce anche un pezzo della grandeur petrolifera francese. La TotalFinaElf si è aggiudicata, con i russi, il più importante giacimento iracheno e forse anche i diritti per una parte di Nahr Umar. La diplomazia di Parigi ha sempre considerato l'Irak tra le priorità in Medio Oriente: Jacques Chirac è anche uno dei pochi politici occidentali ad aver ricevuto la visita di Saddam nel lontano 1979. I francesi, per rinsaldare la loro presenza. non trascurano nessun particolare: il loro Centro culturale a Baghdad conta 800 allievi, organizza conferenze e viaggi per gli studenti iracheni isolati da 12 anni di embargo.
Quale sarà lo scenario se gli americani abbattono il regime? I contratti firmati secondo le regole dettate dall'Onu forse saranno rispettati, per mantenere una facciata di legalità internazionale. Salteranno gli accordi con i quali il regime di Baghdad ha promesso alle compagnie, non solo a quelle petrolifere, generosi profitti in cambio di una percentuale da incassare fuori dalla risoluzione delle Nazioni Unite. Ma è certo che le compagnie americane del petrolio e degli altri settori industriali metteranno le mani sulle risorse energetiche e la ricostruzione irachena.
Gli americani dovranno però investire miliardi di dollari: almeno 5 per riportare a livelli accettabili la produzione, altri 40-50 per superare, entro cinque o sei anni, i sei milioni di barili. E tutto questo se durante la guerra i pozzi non saranno troppo danneggiati. Sono stime che negli Stati Uniti conoscono bene: la società di impianti petroliferi Halliburton, di cui è stato capo fino alla campagna elettorale del 2000 il vicepresidente Dick Cheney, in questi anni ha lavorato per ripristinare l'industria irachena sotto l’ombrello dell'Onu.
A Baghdad non si fanno troppe illusioni. Un esponente del regime ricorda una frase che l’ex segretario di Stato e alla Difesa James Schlesinger pronunciò nel '91 al congresso internazionale sull'energia. "E' più facile prendere a calci nel fondo schiena (kick ass nell'originale inglese) i popoli del Medio Oriente che ridurre la nostra dipendenza energetica dall'estero". La guerra del Golfo contro Saddam era finita da poco, e già ne cominciava un'altra.