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Spettacoli - Cultura
Inserito il 05 agosto 2008 alle 15:35:00 da admin. IT - Spettacoli - Cultura
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Un Ingegnere con il Senegal nell'anima

di Samantha Viva



Il baobab è un albero immenso, che in senegalese significa "albero di mille anni" e col suo tronco a volte supera i 25 metri di altezza, dominando dall'alto la vita e filtrando la luce. E' l'essenza stessa dell'Africa, perché attorno a questo immenso concentrato di forza e pace si riunisce il clan, gli anziani raccontano le loro storie di spiriti e di avventura, vi affidano le preghiere, e così da millenni il ritmo dell'Africa pulsante si riappacifica con la madre terra, rendendole grazie.

E' partito proprio da questo simbolo il viaggio suggestivo, ricco di ricordi e scandito da foto significative, che l'ingegnere Peppe Sessa ha illustrato al cortile Capuana. Un racconto che Sessa ha condiviso con la moglie, Graziella, autrice delle foto, e con l'esperienza di un'altra viaggiatrice innamorata dell'Africa, che l'ha visitata nel '95, Daniela Villari.

Ed ecco che, come attorno al baobab, la magia si ripete in un cortile catanese, metafora di incontro e di riti intimi. Tantissimi appassionati, amici della coppia o semplici curiosi e amanti del Senegal, si sono riuniti per sentire il resoconto di questo viaggio, da cui è nato anche un libro intensissimo, dal titolo "Una leonessa in Senegal", in libreria dal 12 giugno. Sessa è stato in Africa in due diverse occasioni, nel 2003 e nel 2005. Durante il primo viaggio è rimasto colpito «pur senza riuscire a scrivere nulla» dall'impossibilità di trasmettere a voce le sue sensazioni agli amici, successivamente, è nata l'esigenza dello scrivere «per far rivivere negli altri» ciò che viveva in lui.

Partendo dalla "Gare routière" in attesa di un inverosimile taxi brousse che non ha mai un orario preciso né un numero di passeggeri inferiore all'eccesso, Peppe Sessa ha visitato il suo Senegal, passando dal lago rosa alle suggestioni di Dakar, lasciandosi trasportare dai racconti di chi vive una realtà difficile senza perdere mai il sorriso, e cercando soprattutto di coglierne l'anima, la bellezza più grande in un luogo in cui la ricchezza più preziosa sono le persone che ti stanno attorno, e l'emarginazione è il male per cui non c'è rimedio o salvezza.

«Ho visto le ferite sulla pelle che provoca il sale - racconta l'ingegnere - alle donne che raccolgono questo bene immenso per tutti, e ho sentito i racconti sulla parte sacra di questo fiume, separata dall'altra da una pertica». I contatti più ravvicinati, la coppia li ha avuti, con i wolof, il gruppo etnico principale del Senegal che copre il 43% della popolazione, su una ventina di gruppi etnici presenti, con usi, religioni e lingue diverse. «La loro organizzazione sociale è distinta per classi di età, con a capo gli anziani, depositari di saggezza, e con una sorta di famiglia allargata, appunto il clan, all'interno del quale anche gli zii vengono riconosciuti come "piccoli padri"».

Questa solidarietà, questa "teranga" è la ricchezza di ogni senegalese. Ma gli occhi di un occidentale sanno anche cogliere i problemi di una comunità, soffocata dalla logica della globalizzazione: «Il Governo ha concesso alle grandi navi di pescare fin dentro le acque senegalesi, questo significa morte sicura per le famiglie di poveri pescatori che possiedono solo questa risorsa». Così come si ha la possibilità di alloggiare nelle case ad impluvium, tipiche abitazione circolari, grazie ai progetti di turismo rurale integrato, o l'insofferenza palpabile che a distanza di secoli i senegalesi nutrono ancora verso i colonizzatori francesi.

Sensazioni che un viaggiatore sensibile ha saputo donare, rispondendo anche alle curiosità di quanti hanno voluto "condire la zuppa" del dialogo, apportando un po' del proprio "sale" all'incontro. Un viaggio fuori dalle mete tradizionali, spesso alla ricerca del safari o della spiaggia incantata, nato «dall'esigenza di conoscere da vicino un luogo, come fosse una persona di cui hai sentito tanto parlare» e concluso con "una nuova amicizia, di quelle che non potrai interrompere mai. Perché - sorride l'ingegnere viaggiatore - ora io so che c'è il Senegal e il Senegal sa che ci sono io». Samantha Viva

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