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S'Ode sul Web
Inserito il 05 marzo 2009 alle 08:14:00 da admin. IT - S'Ode sul Web
Indirizzo sito : Mattiaserpotta


Stancanelli, i randagi e viceversa
di Mattia Sterpotta*


"Io voglio un mondo di bene a Raffaele Stancanelli. Perché è uno che ride. Ride mentre si sforza di pronunciare Comune la parola Gomune". Dal blog www.mattiaserpotta.spaces.live.com un esilerante articolo che evidenzia luci e ombre dell'amministrazione Stancanelli



Io voglio un mondo di bene a Raffaele Stancanelli. Perché è uno che ride. Ride mentre si sforza di pronunciare Comune la parola Gomune. E ride anche se quelli che non lo hanno mai visto il Venerdì pomeriggio su Teletna, mentre risponde alle domande dei parenti di Tony Zermo, non hanno ancora capito che è anche il Sindaco di Catania.
Raffaele Stancanelli è uno che ride. Ride, perché tanto sa che tutto quello che accade a Catania non può essere colpa sua, ma di chi lo ha preceduto, il quale a sua volta dice che lui non ci colpa, anzi per lui è tutto apposto e grazie a lui Catania è diventata Lugano: al massimo ci colpa chi lo ha preceduto, ma questo secondo schemi mentali, figli di una età biologica ancora prematura, che lo inducono a retroagire fino ad Ignazio Marcoccio.
E forse anche di più.
Per questo ride Raffaele Stancanelli. E mentre ride, si siede al quintultimo posto nella classifica dei sindaci più amati di Italia: quintultimo, in un sondaggio che vede al primo posto dell’indice di gradimento politico degli italiani, brava gente, non Sandro Pertini e Giovanni Spadolini, ma Raffaele Lombardo e Giuseppe Castiglione. Ride Raffaele Stancanelli. E io per questo gli voglio bene. Ora, scusate una piccolissima digressione.
Mercoledì 18 febbraio 2009, intorno alle ore 15 circa, come di consueto, mi trovavo al cesso. Non sul cesso. E neanche nel cesso. Ma al cesso. Perché il cesso rappresenta l’esatta dimensione di un momento, l’istante unico in cui la mente subisce il fascino primitivo del movimento del corpo.
E così, dopo avere cercato invano, rispettivamente su “La Repubblica”, il “Corriere della Sera” e “Il Giornale”, spiegazioni su come fosse possibile che in Italia, alla condanna di una persona corrotta dal capo del Governo, seguissero le dimissioni del capo dell’Opposizione, mi accingevo a sfogliare la cronaca di Catania del giornale “La Sicilia”: in verità, con la stessa aspettativa di conoscenza di chi cerca notizie sull’andamento dell’indice Down Jones nell’ultimo numero di Quattroruote.
Tuttavia, dopo aver letto con gli occhi a cotoletta titoli accattivanti, quali “Palazzo degli Elefanti sotto osservazione, già controllati i cornicioni adesso il tetto”, “Casa teatro Bicocca, riscatto sulle ali dell’arte”, “Rapina Piazza Armerina, preso anche il complice”, insieme alle sempreverdi “Sette proposte per valorizzare il centro storico” avanzate dal noto proposto logo Puccio La Rosa, la mia cornea veniva rapita dalle parole che seguono: “SE IL COMUNE AFFIDA I RANDAGI AI VETERINARI DEL COMPORTAMENTO”.

In quel preciso istante, si consumava in me quel meraviglioso processo mentale che porta il cervello all’improvvisa esplosione di una associazione tra la parola e l’immagine.
Per intenderci, la mia memoria non aveva proiettato il fotogramma di quel cane randagio che mi ero impaiato in pieno con la macchina sulla provinciale per Bronte, strada in cui notoriamente, da quando è stato inventato il motore a scoppio, le Amministrazioni che si sono succedute non sono riuscite a risolvere l’annoso problema dell’attraversamento a motti subbitanea di una vasta gamma di essere viventi, dalla rana a Stevie Wonder. Ma la mia mente non aveva pensato neanche a quel cane randagio che, all’età di sette anni, mi aveva assicutato nelle campagne di Passo Pisciaro, senza mai conoscere la parola stanchezza e solo perché stavo prendendo a pallonate una lucertola nel suo territorio, tra l’altro provocandomi uno shock emotivo di cui porto ancora oggi i segni evidenti.
No, in verità, quel mercoledì pomeriggio, la mia mente era risalita altrove, a quella trentina di cani randagi che, con un improvviso colpo di mano, si sono ripartiti la giurisdizione su P.za Europa, P.za Nettuno, P.za Roma e Archi della Marina, di fatto sostituendosi alla già vacillante autorità dei Vigili Urbani. Preciso, per chi chiama da fuori Catania, che P.za Europa, P.za Nettuno, P.za Roma e gli Archi della Marina non si trovano in mezzo alla sciara, ma sono proprio i primi quattro punti della città che mi verrebbero in mente se dovessi disegnare un quadrato con un compasso, piantandolo con istinto assassino al centro della cartina di Catania.
Il titolo de “La Sicilia”, lo confesso, mi coinvolse e sconvolse emotivamente da subito, anche se conservavo ottimista la timida speranza che, dietro quel “SE IL COMUNE AFFIDA I RANDAGI AI VETERINARI DEL COMPORTAMENTO”, si nascondesse una soluzione rivoluzionaria a quello che a sentirlo così non sembra, ed invece è, il problema del randagismo a Catania.
Tuttavia, scorrendo tra le righe dell’articolo a firma di una sempre impeccabile, e mai banale, Pinella Leocata, la mia faccia venne ad assumere lo stesso colorito paonazzo che, immagino, avrebbe assunto se avessi letto che Raffaele Stancanelli, che è il Sindaco di Catania di cui vi parlavo prima, era stato arrestato al Passiatore, vestito come uno dei Village People, con gli stivali in radica e la fascia tricolore legata sulla fronte come Rambo, mentre gridava ad una pattuglia di Vigilantes della Occhiuvivu “lasciatemi stare, voi non sapete chi sono io”, il tutto con il nullaosta del cerimoniere delle festività agatine, Cav. Maina.
Per capire se vivo in una città invisibile, voglio riportarvi fedelmente dal giornale “La Sicilia” del 18 febbraio 2009, pag. 25 e 26, i passi iniziali dell’articolo in questione, permettendomi di indicare in corsivo, e senza contraddittorio, le parole chiave che mi hanno lasciato un velo di perplessità: «Adesso, per neutralizzare le possibili intemperanze dei cani randagi, scendono in campo i veterinari comportamentalisti. In attesa che sia perfezionata la convenzione con le associazioni animaliste che dovrebbero concorrere alle sterilizzazioni, che sia stipulato l’accordo con l’ente di Trabia disponibile ad ospitare 50 cani morsicatori, che sia espletato il bando di gara europeo grazie al quale si dovrebbe provvedere per un triennio alla custodia e all’affido di 500 randagi, in attesa che questo annoso e spinoso problema si avvii a soluzione, il Comune, con un imprevedibile scarto laterale, si affida allo studio e alla comprensione della psicologia canina e, possibilmente, alla rieducazione degli animali. Tutto nasce dall’incontro e dalla collaborazione istituzionale tra enti pubblici e, in particolare, con il servizio di Igiene urbana veterinaria della Ausl3...Qui lavorano alcuni veterinari che…applica allo studio degli animali il metodo zooantropologico e il cui obiettivo è comprendere e regolare le interrelazioni tra l’animale e l’uomo in area urbana…Grazie a loro, all’osservazione diretta e clinica e allo scambio di informazioni con i cittadini che vivono in zona, quelli che amano i cani e quelli che li detestano, sappiamo tutto del branco di cani randagi di piazza Europa».
Per riprendermi dalla violenza subita da quella mano ideale che mi aveva preso a tumpulate mentre leggevo queste parole, mi sono alzato di scatto dal recettore dei miei residui biologici, come se mi avesse morso una vipera nel culo, e con i pantaloni ancora abbassati, con la stessa coordinazione motoria di quando faccio jogging dentro un sacco nero della munnizza, mi sono precipitato verso il mio computer alla ricerca di qualcuno disposto a vendermi subito una dose di crack. Non riuscendo a procurarmi sostanze psicotrope che, secondo la mia visione dell’economia, fossero a buon mercato, ho potuto riparare con le note del Maestro Franco Battiato e le parole del filosofo Manlio Sgalambro.
Così, ho pensato e ripensato a Catania. E la prima immagine che mi è venuta in mente è stata quella della città in cui è morto lo sceriffo. Perché, quando in una città muore lo sceriffo, la conoscenza ed il rispetto delle regole, di tutte le regole, anche di quelle per fare un panino doppia porchetta e formaggio, rimangono affidate alla esclusiva coscienza del singolo.
Con questa riflessione sospesa nella mente, iniziava a crescere in me il fortissimo sospetto che tutto quello che io stavo capendo mercoledì pomeriggio non fosse sfuggito neanche ai cani randagi di P.za Europa che, ancor prima di diventare randagi, devono essere diventati catanesi. Per convincermi di ciò, mi sono lasciato coinvolgere emotivamente dalla mia
immaginazione.
E così, mentre per sedare la mia rabbia non mi rimaneva altro che mangiarmi la nutella con le dita dei piedi, mi sono fatto sempre più persuaso che, se oggi a Catania venisse in vacanza un cane randagio della Valtellina, non ci metterebbe più di cinque minuti per decidere di trasferirsi da noi definitivamente, unitamente a tutto il suo pedigree.
Solo che, come il rumeno medio non sceglie di lasciare Bucarest perchè lì non ci sono cinema multisala, così il motivo scatenante della scelta di vita del cane randagio della Valtellina non sarebbe certamente la prospettiva di trovare a Catania ossi di pollo buttati strada strada: anche perché, al massimo, troverebbe divani letto senza letto, intere batterie di pentole a pressione, pirofile, frigoriferi, vecchie biciclette marca BMX senza sellino, pianole, forni a microonde, ruote scoppie, carriole, lavandini e walkman, tutti oggetti difficilmente commestibili anche per un randagio.
No. Il cane randagio della Valtellina fiuterebbe l’assenza dello sceriffo in città già all’altezza del Gelso Bianco e, una volta arrivato in P.za Europa, ne avrebbe la conferma.
Lì, in mezzo ai camion dei panini, a soli due passi dai bidoni della munnizza di Piero Burgher, troverebbe ad attenderlo i colleghi randagi di Catania, i quali, essendosi conservati l’articolo di Pinella Leocata nella sacchetta, lo informerebbero che l’unica cosa a cui bisogna prestare attenzione in città è non dare segni evidenti di disturbo multiplo della personalità o di indole ossessivo – compulsiva. E già, perché la terribile e temibile Amministrazione comunale, non avendo i soldi per pagare, nell’ordine, il mantenimento di un canile, lo stipendio dell’accalappiacani e la benzina del camion dell’accalappiacani, si è messa nottetempo d’accordo con il servizio di Igiene urbana veterinaria della Ausl3, per studiare quella psicologia che il cane randagio non sapeva neanche di avere, perché nella sostanza è un cane e non un uomo a cui piace calzare le scarpe di Platinette.
Ed allora ecco che nella città senza sceriffo, in assenza dello sceriffo, anche il cane randagio abituato all’ordine ed alla disciplina della Valtellina si sentirebbe catanese dentro nell’arco di cinque minuti e senza bisogno di frequentare un corso di formazione al Fortino.
Quel cane anzi, dopo avere riso per mezzora in combutta con i colleghi catanesi, pensando e ripensando al gruppo di scienziati a cui il Comune ha dato incarico di studiare il suo comportamento, ci prenderebbe prima per il culo su tutti i forum di internet e si convincerebbe poi che, qualora qualcuno si avvicinasse al suo territorio di P.za Europa − ma il ragionamento è valido anche per quello di P.za Nettuno o P.za Roma o degli Archi della Marina − come minimo lui, in quanto cane residente a Catania, sulla base di un’equa ponderazione rischi-benefici, avrebbe il diritto di staccargli un braccio dalla sede naturale o di pisciargli addosso, a secondo che lo sconfinamento avvenga prima o dopo i suoi pasti.
Mentre mi barcamenavo tra questi pensieri assillanti, non riuscivo neanche a togliermi davanti l’immagine di chi, non trovando nel bilancio comunale una voce disponibile per risolvere il problema del randagismo, avesse iniziato a sbattersi la testa ai piedi del liotro alla ricerca di una soluzione alternativa. E’ in quel momento, mi sono detto, che probabilmente si sarà consumato il genio.
Ci sarà stato qualcuno − di cui ancora purtroppo mi manca il nome, il cognome, la qualifica, il curriculum e il casellario giudiziale − che, in circostanze ancora da chiarire, deve avere avuto un’illuminazione fulminante come un ictus: “se non possiamo rinchiudere i randagi in un canile − si sarà detto − dobbiamo quantomeno studiarne la psicologia. La storia ce lo insegna”. E via di lì ad arrovellarsi nei meandri di domande esistenziali: “Oh randagio, perché sei tu randagio? E a cosa pensi, cane randagio, quando vuoi lasciarmi la tua arcata dentaria sul braccio? Quali traumi infantili, abbandoni, violenze sessuali, maltrattamenti, disagi sociali, vincite al superenalotto, hai dovuto subire per diventare così randagio? Io devo sapere e capire cane randagio”.
E alla fine di tutte queste domande angoscianti, ecco finalmente maturare la decisione, sofferta forse, di chiamare l’Asl 3. Ad attenderlo dall’altra parte della cornetta, non il cameriere del Bar di sotto, ma un disponibilissimo gruppo di veterinari del comportamento, cui lui avrà intimato di appostarsi sotto i portici di P.za Europa − camuffati con l’impermeabile grigio e gli occhiali da sole, nascosti solo da una copia omaggio de “La Sicilia” del giorno prima, con due buchi al centro − e di raccogliere sul lettino le confessioni sconcertanti dei poveri randagi.
E’ così che immagino sia venuto fuori quel quadro clinico che Pinella Leocata, nell’esercizio delle sue funzioni, non si è fatta sfuggire. Se a voi, invece, come credo, fosse sfuggito quello che senza tema di smentita non esiterei a definire, non uno scoop, ma uno scooppone, ecco ampi stralci di questo preziosissimo contributo scientifico, mi dicono candidato alla pubblicazione nella prestigiosissima rivista “Dog’s Psicology”. Tu, tu catanese, tu che hai sempre preferito girare con tre etti di filetto nel portafoglio da tirare al primo cane randagio che ti avesse assicutato in piena P.za Europa, tu, come hai fatto fino ad oggi a vivere senza sapere che «si tratta di 10 elementi guidati da un capobranco maschio, cani che non mostrano particolare aggressività né alcuna attitudine predatoria»?
E tu, tu catanese, tu che in P.za Europa sei stato assicutato da cani che un puma a confronto sembra un tacchino, come hai potuto spaventarti, anche se solo per un istante, senza considerare che il fatto che «abbaiano non vuol dire che mordano, come dice il proverbio»? E tu, tu catanese, tu che quando passi da P.za Europa ci sono cani che ti vogliono fare il fermo per levarti scooter, soldi, cellulare, documenti e tagliandi della Sostare, come hai fatto a cacarti nelle mutande quando, al contrario, «l’unico intoppo che creano è alla circolazione quando, in fila, attraversano la strada, quasi sempre sulle strisce pedonali, come forse hanno appreso dall’uomo»?
E tu, tu catanese, tu che pensi di poterti presentare in P.za Europa, non con un coccodrillo al guinzaglio, ma con il tuo di cane, come hai fatto fino ad oggi a non capire che «le cose cambiano quando uomini e cani invadono il loro territorio, l’isola verde e, tanto più, se i padroni liberano i propri animali dal guinzaglio»?
Tu, tu catanese, sei un pazzo di catena, perché non sai che «succede come tra gli umani» e cioè che i «cani abituati in casa, ben alimentati e curati, sicuri di sé e forti della presenza del proprietario, sviluppano atteggiamenti di eccessiva sicurezza e provocano».
Si, proprio così, i tuoi cani «provocano e scoppia la zuffa, finora senza alcuno spargimento di sangue», come testimonia «la casistica del servizio della Ausl3 secondo la quale 99 volte su 100 i morsicatori non sono i poveri cani perduti senza collare, ma i cani di casa».
Allora catanese, quando stasera tornerai a casa con più punti della Juventus nell’era Moggi, prima di accendere il decoder di Sky, vedi di non scordarti che «l’atteggiamento corretto da tenere con i randagi è l’indifferenza: perché il problema non sono i morsi, ma la paura dei morsi. I cani l’avvertono, capiscono di non essere ben accetti e reagiscono di conseguenza».
Questo succede nell’anno 2009 nella città senza sceriffo. E nella città senza sceriffo, in assenza dello sceriffo, non passerà tanto tempo prima che il catanese arrivi alla soluzione ultima.
Non parlo del metodo suggeritomi dal mio amico Stephen, detto Stiven, sempre geniale nel suo approccio ai problemi, il quale cinicamente è dell’avviso che, per eliminare i randagi di P.za Europa, basterebbe lasciare correre a tradimento dei conigli in direzione mare, di modo che i cani, nel tentativo di agguantare la preda, non sapendo cosa li aspetta, saltino le ringhiere della scogliera e muoiano annegati a mare.
Io mi riferisco, invece, a quella soluzione su cui credo tutti, anche senza l’aiuto da casa, hanno meditato nella più classica delle domeniche mattina alle 7, quando il cane del vicino abbaiava senza soluzione di continuità. Sto parlando della mai banale polpetta di carne miscelata con mezzo chilo di veleno per suggi, acquistabile liberamente, senza voler istigare nessuno al maltrattamento degli animali, presso qualsiasi ferramenta e colori. Una soluzione questa, certamente barbara, ma che non ti tradisce mai e che pone fine a quella incresciosa sceneggiata cui si è costretti dal proprio balcone di casa, fatta di velate minacce rivolte direttamente al mammifero, ma in realtà indirizzate moralmente al padrone e sintomo evidente di una degenerazione dei rapporti di vicinato: “a puppetta…a puppetta ti rugnu…mutu…cunnutu tu e to patruni…avi na sìmana ca travagghiu…avi re cincu di matina ca ietti vuci…, manco gnaddu ietta vuci e cinchi matina…quantu è vero Dio stanotte a puppetta ti rugnu”.
D’altra parte, quale efficacia deterrente può avere la consapevolezza che uccidere un animale è un reato, in una città in cui questo reato, a confronto con quelli contestati a chi è transitato da Palazzo degli Elefanti, animali anch’essi (gli elefanti o chi è transitato?), dinanzi a qualsiasi giudice assumerebbe la dimensione di una contravvenzione per divieto di sosta? In verità, nella città senza sceriffo, la vicenda del randagismo non è solo la vicenda del randagismo, ma assume i contorni della metafora esistenziale di una città che per difetto antropologico sembra essere ormai, a tutti i livelli, nelle mani di nessuno. E se la guardo in faccia e guardo in faccia la sua gente, penso e ripenso alla riflessione che feci da piccolo, quando, entrando al Santa Marta con un braccio rotto, mi sono imbattuto nella faccia di un infermiere: a Catania, pensai precocemente, i problemi fanno meno paura di chi deve risolverli.
Allora, nella città senza sceriffo, in assenza dello sceriffo, non sarebbe paradossale domattina sfogliare il giornale “La Sicilia”, per leggere che il Sindaco, non avendo i soldi per intuppare le buche, si sia sentito in dover di ordinare agli operai della Multiservizi di mettersi un dito in bocca, alzarlo al vento per presagire i cambiamenti climatici, studiare la psicologia delle piogge, nonchè l’effetto che esse hanno sulle strade di Catania, per poi arrivare alla conclusione, lampante e drammatica nello stesso tempo, che le buche non sono pericolose: basta saperle evitare.

Mattia Serpotta,
nel pieno possesso delle sue facoltà mentali.


Catania, senza sceriffo, 1 marzo 2009.

QUESTO DOCUMENTO E’ REDATTO SU CARTA NON QUERELABILE

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