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Spettacoli - Cultura
Inserito il 16 marzo 2007 alle 10:32:00 da admin. IT - Spettacoli - Cultura
Indirizzo sito : Cinespettacolo


Film fantapolitico sull’assassinio di George W. Bush come spunto per un’inchiesta sul post 11/9/2001.

Vincitore del Premio Internazionale della Critica al Toronto Film Festival 2006, Death of a President dell’inglese Gabriel Range è, come Borat, un mockumentary, cioè un documentario finto che però prende spunto da fatti veri. Con materiale di repertorio, scene ed interviste finte (che prendono sempre spunto da episodi e situazioni reali), Range costruisce a tavolino la morte del presidente George W. Bush in un attentato il 19 ottobre 2007 allo Sheraton Hotel di Chicago. Un’occasione per riflettere sulle conseguenze dell’11 settembre 2001, quando, per giuste ragioni di sicurezza nazionale, sono stati ridotti sia la libertà, sia i diritti civili ed umani. “Non attacco la presidenza né la persona di Bush - esordisce il regista venuto a Roma a presentare il film - ma le cose che ha fatto dopo l’11 settembre, approfittando del momento di unità nazionale e sfruttando il fenomeno. Ciò che volevo fare con questo film era offrire un’altra prospettiva su quanto è accaduto negli ultimi cinque anni, e vedere come la Guerra del terrore, e l’invasione dell’Iraq stiano cambiando l’America. Non so se Bush ha visto il film ma, sicuramente, se qualcuno facesse un film sulla mia morte io lo vorrei vedere”.

Uscito negli Stati Uniti, in 90 copie, il film ha avuto successo nelle grandi città e soprattutto a New York e Los Angeles ma non nel resto del paese dove è stato parecchio contestato anche (e ovviamente) dalla classe dirigente americana. La stessa Hilary Clinton, senza nemmeno averlo visto, l’ha definito “disgustoso e disprezzabile”. “Posso dire - prosegue Range - che l’assassinio di Bush è lo spunto per fare un’inchiesta con cui raccontare cose reali accadute dopo l’11 settembre. Molti particolari sono stati presi dal vero (montati ottimamente con le riprese ricostruite, ndr). Avrei potuto rigirarle direttamente, ma così sono più forti, e il film colpisce l’immaginario collettivo. Ogni volta che si verificava un episodio con la presunta responsabilità di arabi, l’amministrazione Bush arrestava degli arabo-americani e sfruttava il fatto per diffondere la paura nella popolazione come per dire: visto, li abbiamo presi, sono fra noi. Nessuno avrebbe mai pensato che la legge speciale Patriot I sarebbe rimasta, perché la Costituzione negli Usa dà il diritto a chiunque ad un libero processo…ma oggi ci siamo abituati anche al fatto che non sia più così”.

La pellicola colpisce, oltre che per l’eccezionale ‘manipolazione’ del materiale, perché ci spinge a riflettere, a svegliarci, a constatare che nonostante siano passati quasi sei anni dalla tragedia, sono rimasti decreti speciali che violano non solo la libertà e i diritti civili dei cittadini americani, ma di tutti. Non è un caso se della situazione internazionale creatasi ‘altri’ ne approfittino per violare anche e non solo la nostra privacy. Morte di un Presidente si presenta come un documentario tivù prodotto nel 2008: “I documentari retrospettivi - afferma il regista - nascono inevitabilmente in seguito ad un evento di importanza mondiale e seguono uno stile molto particolare. Possiedono un genere di gravità molto specifico. Potrebbe sembrare che l’intensità di una catastrofe immaginaria possa essere diminuita guardandola col senno di poi. Penso che sia invece più coinvolgente così. Siamo una generazione televisiva. Se avviene un incidente catastrofico, ne facciamo esperienza per mezzo dei media. E fin quando non la vediamo sulla CNN, o altri media, per noi non è del tutto reale”. “La tivù, comunque, è un contesto diverso - continua l’autore - tutto dipende dalla potenza del montaggio, perché è sempre e comunque espressione, interpretazione del giornalista. Persone ed immagini vere possono essere cambiate o trasmesse in modo differente, in maniera dilatata rispetto a quello che vediamo quotidianamente 24 ore su 24. Questa è una delle maggiore critiche ad una visione irresponsabile della realtà. Il nostro film (scritto con il produttore Simon Finch, ndr) è frutto del montaggio come manipolazione. Io non sono intimidito da fatto di far conoscere le mie opinioni, il mio lavoro è frutto di una ricerca di materiale (ha passato un anno a visionare immagini, ndr) e il film è stato scritto sulla base di quello che ho trovato. Per il funerale, ad esempio, abbiamo usato quello di Ronald Reagan. In tutto abbiamo utilizzato solo dieci minuti di materiale di repertorio” “Anche la manifestazione di Chicago - continua Range - è quella vera dell’anniversario della guerra in Iraq, svoltasi invece ad Atlanta, e abbiamo chiesto ai manifestanti di girare per noi. Molti hanno aderito e tutto è stato ripreso in funzione di un film di finzione che io definirei un thriller raccontato con lo stile del documentario e che il pubblico guarda con un atteggiamento diverso”.

Death of a President, finanziata con soldi europei, è costato due milioni di sterline (circa tre milioni di euro), “e non sarebbe stato possibile girarlo per (e nel) mercato americano; negli Usa non avrei mai trovato i fondi - conclude il regista - perché l’assassinio del Presidente in carica è una specie di sacrilegio per gli americani. Attaccare un’istituzione sarebbe stato molto forte. La Storia, infatti, ci insegna che non c’è nulla che abbia un impatto più sconvolgente sull’America di quel genere di dramma… Io ho sempre saputo che sarei stato condannato per l’idea alla base del film, ma credo fermamente che alle volte, il fatto che l’arte sia oltraggiosa possa essere, non solo accettabile, ma necessario”. Ora Gabriel Range si appresta a girare un altro mockumentary sul primo uomo che darà alla luce un bambino, passando dalla fantapolitica alla vera e propria fantascienza. Oppure no?

Nelle sale dal 16 marzo distribuito da Lucky Red in 70 copie.

Curiosità: * Fenomeno più che curioso. Sembra che siano spariti dalle strade gran parte dei manifesti del film. In particolare a Roma, dicono alla Lucky Red, dei circa duemila manifesti affissi, ne sono scomparsi circa seicento.

Note: * Intanto, si apprende che il 30 per cento degli esercenti che avevano il film in programmazione hanno chiamato la Lucky Red per rinunciare. Il film, dunque, sta causando forti reazioni prima ancora dell’uscita in Italia. * Andrea Occhipinti, fondatore della Lucky Red, spiega che “c’è chi ha definito la pellicola ‘pericolosa’ e di cattivo gusto’. Ma il film non evoca un attentato, né vuole istigare alla violenza. La vera provocazione, dice Occhipinti, sta soprattutto nel mostrare come, dopo l’assassinio del presidente, si inneschi un attentato alla democrazia”.

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