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Economia
Inserito il 04 gennaio 2010 alle 14:37:00 da admin. IT - Economia
Indirizzo sito : Repubblica


In dieci anni i super-redditi sono cresciuti del 75%
Il 40% dei "ricchissimi" ha un salario integrato da stock options e gratifiche

Bonus e capital gain
fisco a caccia dei paperoni

di ROBERTO PETRINI



ROMA - Quando durante l'acceso dibattito sulla Finanziaria del 2007 Prodi e Padoa-Schioppa imposero un piccolo ritocco all'insù delle aliquote per riequilibrare i tagli ai redditi più alti varati nel 2004 da Berlusconi-Tremonti, furono in molti a storcere il naso. Ad alimentare la confusione ci si mise anche Rifondazione Comunista che affisse su tutti muri del paese il celebre manifesto "Anche i ricchi piangano".

Un messaggio inutile e controproducente. Oggi il vento gira dalla parte opposta, persino Berlusconi ha riposto nel cassetto lo slogan "Meno tasse per tutti" e lascia a Tremonti vaghi annunci di una riforma fiscale, con annesso "tavolo", con tempi indefiniti. La crisi del 2007-2009 ha riportato a galla la questione delle diseguaglianze sociali, il presidente Napolitano nel discorso di Fine Anno l'ha inserita nell'agenda delle emergenze del paese e uno studio del Nens (il centro che fa capo a Bersani e Visco) nei giorni scorsi ha messo in evidenza un fenomeno nuovo: quello dei super-Paperoni.

Fino a ieri ci si scandalizzava per il 10 per cento che dispone di più di un quarto del reddito nazionale, oggi nel mirino ci sono lo 0,1 per cento dei top incomes che tra il 1993 e il 2004 ha aumentato il proprio reddito del 40 per cento e lo 0,01 per cento dei super top incomes che ha aumentato le proprie disponibilità del 75 per cento.

Un fenomeno che non è solo italiano e che ha connotazioni inedite: come segnalano nello studio Nens Maurizio Franzini e Michele Reitano il 40 per cento dei super-Paperoni fa un lavoro dipendente. Non sono speculatori, evasori o tipi strani: pigliano regolari buste paga, integrate da bonus e stock options.

Come mettere il sale sulla coda di questi "colletti d'oro"? Forse è il problema di policy più importante di questi mesi e non riguarda solo l'Italia: il premier laburista Gordon Brown, oltre a tassare i bonus, ha aumentato l'aliquota sui redditi oltre i 167 mila euro dal 40 al 50 per cento. La Merkel e Sarkozy lo stanno seguendo sulla strada della tassazione dei bonus milionari.

Il terreno dunque è pronto per le proposte. Ma c'è un dilemma: si può colpire la ricchezza senza alzare le aliquote per tutti (in Italia la top è al 43 per cento oltre i 75 mila euro)? La Cgil è già scesa in campo con l'obiettivo di trovare risorse per i ceti medio-bassi. Propone una tassa sulle grandi ricchezze: una "imposta di solidarietà sulla fortuna", sulla base di un modello francese che prevede una soglia intorno agli 800 mila euro con un gettito annuale di 5-6 miliardi.

Torna in primo piano la tassazione delle rendite finanziarie: durante il governo Berlusconi 2001-2006 la sosteneva anche An, nell'ultimo governo Prodi si arrivò ad un passo dal varo. Oggi Tremonti dice no: ma resta il fatto che solo in Italia il livello di tassazione delle rendite finanziarie e dei capital gain è inferiore alla media europea del 20 per cento. Il gettito previsto è tra i 2,5 e i 4,5 miliardi: una cifra assai necessaria alle casse dello Stato.

Altre soluzioni? In fasi come queste per rilanciare consumi e investimenti non si può escludere neppure una tassa patrimoniale. Senza tralasciare il capitolo casa: la possiede l'80 per cento degli italiani e in realtà il fisco l'ha sempre risparmiata. Il centrosinistra nel 2001 esentò dall'Irpef l'abitazione principale, Berlusconi con una mossa costosa e spericolata l'anno scorso eliminò anche l'Ici pagando un assegno di 2 miliardi che ancora pesa sulle pubbliche finanze.

Un puzzle complicato. E forse una delle prede più visibili, ma assai difficile da mettere nel carniere, resta quella degli evasori con i 100 miliardi di tasse che mancano all'appello del bilancio dello Stato. Basta vedere i risultati dello scudo fiscale.

© Riproduzione riservata (4 gennaio 2010)

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