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Cronaca
Inserito il 13 maggio 2010 alle 16:40:00 da admin. IT - Cronaca
Indirizzo sito : Ffwebmagazine


La storia vera di un bambino afghano in fuga dai talebani
Il lungo cammino di Enaiatollah
dall'Afghanistan a Torino

di Rosalinda Cappello



D’accordo: niente buonismi, nessun cedimento alla retorica, o al pietismo, né a una lettura poetica della controversa questione degli immigrati. Ma come tenere fuori da noi il dubbio, quell’interrogativo che nasce davanti a storie come questa, quella di Enaiatollah Akbari? O è forse meglio un altro tipo di retorica? Quella per cui le frontiere italiane non possono essere un colabrodo, che non possiamo accogliere tutti, che i clandestini portano delinquenza, criminalità, che gli immigrati ci tolgono il lavoro e, quindi, perché non se ne ritornano da dove sono venuti?

Niente retorica, almeno ci proviamo, ma il racconto delle peregrinazioni di un ragazzino afghano costretto a crescere troppo in fretta lontano da sua mamma e dalla sua casa, vale la pena di leggerlo, e si fa leggere tutto d’un fiato nel libro scritto da Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari (B.C. Dalai editore, pp.155, euro 16,00).

Enaiat ha forse dieci anni quando un giorno si sveglia e non trova più sua mamma. Il “forse” dipende dal fatto che dove lui è nato non ci si sofferma troppo a pensare alla data di nascita, tantomeno alla registrazione dei nuovi nati all’anagrafe. Enaiat ricorda che aveva circa dieci anni quando una mattina a Quetta in Pakistan, nel samvat dove avevano trovato riparo, al risveglio non trova più sua madre. «Mamma, ho chiamato. Nessuna risposta». Inizia così questa storia. Con un khoda negahdar, un addio.

Enaiat, qualche giorno prima, con lei aveva lasciato la sua città Nava, un piccolo villaggio in Afghanistan, e con l’aiuto di un conoscente del padre, morto quando aveva soltanto sei anni – circa - aveva raggiunto il Pakistan. Non conosceva il motivo di questo viaggio, non sapeva che non vi avrebbe più fatto ritorno, ma era con sua mamma e questo era importante. Non sapeva che da lì a poco sua mamma lo avrebbe lasciato lì, tutto solo, senza una spiegazione, per salvarlo, per garantire la sua incolumità sottraendolo alle vessazioni che tutti gli hazara come lui erano costretti a subire dai talebani e dai Pashtun.

Quegli stessi talebani che sono identificati con gli afghani ma che, come lo stesso Enaiat racconta, non sempre sono afghani. Quegli stessi talebani che gli hanno impedito di continuare ad andare a scuola e l’hanno chiusa con la forza, uccidendo il suo maestro e il preside davanti ai suoi occhi. Quegli stessi talebani che «sono ignoranti di tutto il mondo che impediscono ai bambini di studiare perché temono che possano capire che non fanno ciò che fanno nel nome di Dio, ma per i loro affari». E, con il loro oscurantismo e con il potere delle armi e delle violenze condannano a una vita senza prospettive e senza futuro.

La sua mamma lo ha fatto fuggire da loro ma anche dai pashtun, che pur essendo musulmani come lui sono sunniti, mentre gli hazara sono sciiti e, anche se per un bambino è lo stesso, loro non la pensano così. Quante volte insieme al fratello aveva dovuto nascondersi in casa dentro una buca scavata accanto alle patate perché non lo portassero via. Già, perché lui avrebbe dovuto essere un risarcimento per i pashtun per cui lavorava il padre che, come molti altri uomini hazara della loro provincia, a lungo era stato costretto ad andare in Iran e a tornare con il camion pieno di prodotti da vendere nei loro negozi. Con la minaccia che, se qualcosa fosse andato male, avrebbero ucciso la sua famiglia. E qualcosa un giorno andò male perché il padre morì, aggredito da un gruppo di banditi che assalirono il suo camion, e la merce andò dispersa. Come indennizzo i pashtun pretendevano di prendere Enaiatollah e il suo fratello minore, per usarli come schiavi.

Quando Enaiat diventò troppo grande per nascondersi nella buca, la mamma in cuor suo decise che era il momento di metterlo in salvo portandolo lontano dall’Afghanistan. «Io – racconta - via da Nava, non ci sarei mai voluto andare. Non era tecnologico, non c’era la luce elettrica» ma «i fiori sbocciavano davanti ai miei occhi e diventavano frutta... non avrei mai voluto andare via. Nemmeno quando i talebani hanno chiuso la scuola».

A Quetta in Pakistan inizia la sua lotta per la sopravvivenza quotidiana, difficile, dura, faticosa, ogni giorno una conquista, senza sconti né regali, ma resa un po’ meno drammatica e arida da qualche incontro positivo con qualche adulto che gli dava un piccolo aiuto. Ma anche il Pakistan non è un posto facile per un hazaro e così Enaiatollah decide di andare in Iran, dove spera di trovarsi meglio perché laggiù ci sono sciiti come lui. Entra in contatto con il mondo dei trafficanti di uomini, vive sulla sua pelle la durezza, i pericoli, le regole, i ritmi e i rituali della clandestinità, l’incubo del rimpatrio, i poliziotti corrotti e sadici, l’eterna lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile dove devi essere un fantasma. Un fantasma che fa qualsiasi lavoro, in nero, per sopravvivere, per mettere da parte qualche soldo da dare ai trafficanti che gli possono assicurare la via verso un destino meno duro.

Enaiat racconta gli orrori delle carovane di clandestini in fuga verso terre nuove e lontane, nella speranza di trovare la loro terra promessa. Racconta di compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta, di quella precarietà e insicurezza che costringono a crescere il prima possibile, di aprire gli occhi e diventare scaltri, di non aspettarsi troppo dalle persone e di non legarsi troppo a nessuno, per proteggersi da altre sofferenze. Racconta dello sforzo di sopravvivere a ogni costo, senza però tradire mai quella promessa che la mamma, la sera prima di lasciarlo, salutandolo per l’ultima volta - anche se lui non lo sapeva – gli aveva fatto fare: non usare le droghe, non usare le armi, non rubare.

Alla fine, Enaiat, dopo un viaggio a tappe durato cinque anni, un viaggio che lo ha portato anche in Turchia, in Grecia e infine in Italia, ce l’ha fatta, ha vinto la sua lotta per trovare una vita migliore lontano, troppo lontano, dalla sua casa, dalla sua cultura, dalla sua gente. Oggi ha circa ventuno anni, si trova a Torino, è in affidamento presso la famiglia di un’assistente sociale che ha preso a cuore la sua storia, una persona che ha conosciuto grazie a un suo amico afghano arrivato in Italia prima di lui, uno di quegli incontri positivi, che anche lui, nonostante tutto, ha avuto in questi anni di esilio e peregrinazioni. Nel 2007 gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. È riuscito a far comprendere il senso della sua vicenda alla commissione che lo esaminava per decidere se accettare la sua richiesta.

A uno degli esaminatori che gli chiedeva perché avrebbero dovuto dargli il permesso di soggiorno come rifugiato politico ha risposto che se sua madre non lo avesse portato via dall’Afghanistan, separandosene, forse sarebbe diventato come quel ragazzino talebano – un caso di cronaca internazionale in quei  giorni - che aveva tagliato la gola a un afghano accusandolo di essere una spia americana. Ecco perché Enaiatollah è un rifugiato politico. Ecco perché i respingimenti non dovrebbero essere indiscriminati. Ecco perché bisognerebbe ascoltare le storie che hanno da raccontare i tanti disperati che arrivano a casa nostra.

Enaiatollah era soltanto un bambino che voleva andare a scuola perché «la vita, senza la scuola, è come la cenere». E, alla fine, a scuola è riuscito a tornarci. E, dopo aver ritrovato in fondo a se stesso un po’ di serenità, è riuscito a rintracciare anche sua mamma. Dopo otto anni, una telefonata silenziosa in cui si sono raccontati la sofferenza di quegli anni passati lontani. Lei era ancora viva, e per la prima volta, si rendeva conto di esserlo anche lui.

3 maggio 2010

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