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Cronaca
Inserito il 21 settembre 2010 alle 08:41:00 da admin. IT - Cronaca
Indirizzo sito : Antimafiaduemila


Dopo 14 anni il capo dei corleonesi a colloquio con il figlio Giovanni
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo - 16 settembre 2010

Totò Riina parla da Capo dei Capi e dal carcere milanese di Opera rende noto il suo pensiero sulle ultime delicate inchieste relative alla Trattativa e alla strage di via d’Amelio.



È accaduto durante un colloquio in carcere con suo figlio Giovanni, anche lui detenuto, con il quale non si incontrava da circa 14 anni. A raccomandazioni di carattere familiare il capo di Cosa Nostra, l’uomo che più di tutti ha insanguinato l’Italia piegandola alla violenza mafiosa, ha alternato consigli e proclami, riservando moniti pericolosi a Massimo Ciancimino, l’unico testimone diretto della trattativa fra Stato e Mafia che sta riferendo ai magistrati i retroscena sul coinvolgimento dei servizi, descrivendo tutti i chiaroscuri del tradimento del suo compaesano Bernardo Provenzano. Ed è proprio qui che Riina non ci sta e ci tiene a rimarcarlo di fronte a suo figlio che lo guarda riverente. "Ho fatto una difesa di Provenzano”, commenta. “Ai magistrati ho detto: quel Provenzano che voialtri dite che era d'accordo per farmi arrestare... Provenzano non ha fatto arrestare mai nessuno". E, riferendosi a Vito e Massimo Ciancimino continua: "Loro si incontravano con i servizi segreti, padre e figlio. Provenzano no. I magistrati durante l'interrogatorio non ci credevano, e gli ho detto: "E purtroppo... Provenzano no!". Riina prende così le nette distanze dalle dichiarazioni del figlio di Don Vito, lo accusa di essere un infame, uno che mente. Ed è questo uno dei messaggi più pericolosi che invia all’esterno del carcere, a chi dalle sue parole saprà captare ordini ed eseguire sentenze. Con riferimento al rapporto stretto che Provenzano e don Vito hanno sempre mantenuto, il capo di cosa nostra apostrofa la poca avvedutezza del suo compare, scagionandolo però dalla colpa di essere un traditore: "La gente bisogna delle volte guardarla dall'alto in basso – dice - e valutare se vale la pena frequentare certe persone. Quando io gliene parlavo a Provenzano di questi, gli dicevo che non ne valeva la pena, ma lui mi diceva: "Noo", ed io: "Ma finiscila, finiscila, vedi che non ne vale la pena". Adesso a distanza di tempo questo è il regalo che gli ho fatto". Approva il figlio: "Papà, hai avuto sempre un sesto senso per... Hai avuto sempre il sesto senso". "Giovà, - risponde lui - ma lo sai perché, che cos'è? Il cervello sveglio, che sono più avanzato di un altro, più sveglio, hai capito perché?". Ed ancora: "I magistrati mi hanno detto che sono troppo intelligente ed ho risposto che non è così. Non sapevo di avere un paesano scrittore (Provenzano, ndr). Il mio paesano è scrittore, ma non si sedeva con gli sbirri per farmi arrestare. Il paesano queste cose non le fa". Poi, nuovamente, Riina ribadisce il concetto sull’impossibilità che Binnu si sia ‘venduto’: "Onestamente – dice -  è quello che è, non voglio soprassedere. Però farlo passare per uno che arresta le persone, non è persona di queste cose. I mascalzoni sono gli altri che lo vogliono far entrare. Perché Giovà devi essere onesto con lui: per me ha un cervello fenomenale per l'amor di Dio, ha un cervello suo quando fa lo scrittore e scrive... quindi solo lo scrittore può fare queste cose. Lo sapevi che papà lo difende lo scrittore? Gli dissi l'altro giorno che non sapevo che avevo uno scrittore al mio paese, io so che c'è uno scrittore che si chiama Provenzano ma incapace di farmi arrestare i cristiani (i mafiosi, ndr)". Poi Riina torna ad accusare i due Ciancimino: "Qui infamoni sono padre e figlio e tutte queste persone perché devono far passare...". 


“Con questi servizi non ho mai parlato”

Il colloquio procede ricordando il diverbio avvenuto in carcere tra il giovane Riina e Provenzano, all’indomani dell’arresto del superboss. Su tutti i giornali era uscita la notizia che Riina junior aveva definito Provenzano uno “sbirro”. Una notizia non vera di cui si è saputa la verità solo dopo la lettura dei primi verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino, il quale ai pm aveva riferito di aver confidato la notizia a un giornalista di “Repubblica”, dopo averla appresa da un uomo dei servizi. "Non è vero che tu lo incontravi in carcere... – afferma Riina - Come potevi incontrarti con Provenzano? Me lo devi dire", chiede il boss al figlio. "Una buffonata, una vergogna... Lo sai papà, non mi permetto nemmeno a dirlo a quelli che lo dovrebbero meritare determinate cose, immagina se me lo metto a dire a qualcuno che non lo merita". 
E per l’ennesima volta Riina manifesta il suo sdegno per Massimo Ciancimino: "Ho voluto dirlo ai magistrati che con questi servizi segreti di cui parla lui (Ciancimino jr, ndr) io non ho mai parlato, non li conosco, anche perché se io mi fossi incontrato con uno di questi dei servizi segreti non mi chiamerei più Riina...". E conclude: "Mi hanno chiesto se conosco nessuno (uomini dei servizi, ndr). Non conosco nessuno, e se mi fossi incontrato con queste persone non mi chiamerei Riina. Minchia l'avvocato stava morendo, mi stava cadendo a terra...".
Di Borsellino “non so niente”
Tra gli argomenti trattati da Riina e il figlio anche l'uccisione del giudice Paolo Borsellino.
"Ho detto al magistrato che io il fatto di Borsellino l'ho saputo dalla televisione e non so niente", sono le parole del padrino corleonese, che con il figlio critica il pentito Giovanni Brusca, suo ex-fedelissimo, che ha svelato ogni dettaglio dell'attentato di Capaci, ma non ha saputo fornire indicazioni su quello di via D'Amelio.
"Ho detto – continua il boss - che Riina è capace di tutto e di niente. Però tuo padre è incredibile, quando tu credi sappia tutto non sa niente, ma come lui tanti di questi signori sono ridotti così. Quasi un po' tutti. Perché un po' tutti? Perché l'ultima parola era sicuramente la mia e quindi l'utima parola non si saprà mai”. Poi continua: “Ci devi saper fare nella vita. Quando hai una possibilità se la sai sfruttare, l'ultima parola non la dici; te la tieni per te e puoi fare tutto su quest'ultima parola: gli altri non sanno niente e tu sei anche un po' avvantaggiatello. Questa è la vita a papà: purtroppo ci vogliono sacrifici, ho avuto la fortuna, in sfortuna, di trovarmi lì e sono andato avanti, certamente... sì. Non è di tutti eh?". "Perché anche loro sbagliano e sbattono la testa al muro, non sanno... non sanno, questi sbattono la testa al muro perché non sanno dove andare. Questo è un segreto della vita...".

Il papello “non è scrittura mia”
Sul famoso papello – la lista di richieste rivolta da Cosa Nostra allo Stato nell'ambito della cosiddetta trattativa - il boss spiega al figlio che “non è scrittura mia...”, ma non ne smentisce l'esistenza. "Giovà – dice poi - nella storia, quando poi non ci sarò più, voi altri dovete dire e dovete sapere che avete un padre che non ce ne è sulla Terra, non credete che ne trovate, un altro non ce ne è perché io sono di un'onestà e di una coerenza non comune".

Al magistrato “non rispondo”
Il capo dei corleonesi ribadisce poi la sua totale chiusura alla collaborazione con la Giustizia. "Ho chiuso con tutti – sono le sue parole - perché non ho nulla a che vedere con nessuno. Il magistrato voleva farmi una domanda e gli ho subito detto: 'Non mi faccia domande perché non rispondo'. E lui non ha parlato, è stato zitto, perché io so mettere ko un po' tutti perché io ho esperienza Giovà, ho esperienza".
Sui pentiti il giudizio, espresso in un altro passaggio della conversazione, è durissimo. “Gente disgraziata, gente infamona”, dice, scaricando sui collaboratori di giustizia che lo accusano “tutte le sofferenze” patite dalla sua famiglia. E in particolare dalla moglie che è sempre stata al suo fianco.
"C'è gente meschina – continua il boss - ha fatto questo su minacce e su tutto? Perché sono nati tra i carabinieri? Sono nati tra gli infamoni? Sono nati spioni?".
Giovanni risponde: "Eh, ognuno sì... approfittatori... approfittatori".
E il vecchio corleonese continua: "Mi fermo lì, quello che ho potuto fare, io ringrazio pure a me stesso. L'ho fatto... ho cercato pure...".
Giovanni capisce il discorso lasciato in sospeso: "Però – interviene - uno non è che può sempre...". E il padre sussurra: "Questo Brusca...".

Affari di famiglia
"Giovanni lasciamo stare, salutami lo zio quando gli scrivi". E' con questa frase che Totò Riina, esauriti altri argomenti, inizia a parlare di questioni familiari chiedendo al figlio di salutare Leoluca Bagarella, il boss stragista fratello della moglie “Ninetta”.
"Rispettatelo sempre – intima il vecchio corleonese al giovane - che volete povero uomo sfortunato; anche lui nella vita proprio sfortunato nella vita per quello che gli è successo. Purtroppo questa è la vita e dobbiamo andare avanti". Poi al figlio raccomanda di tenere unita la famiglia e di pensare al futuro per il fratello Salvo, l'altro figlio del boss, attualmente detenuto per associazione mafiosa, ma che finirà di scontare la pena nel 2011.
E nel discorso c'è spazio anche per la comune passione dei due interlocutori per il ciclismo. "Il Giro d'Italia – dice Totò Riina accennando a Petacchi - me lo seguo sempre". "Io spero sempre in Basso, però c'è questo Contador, è troppo forte, minchia è troppo forte questo!". E quando Riina chiede a Giovanni se legge sempre la Gazzetta dello Sport il giovane risponde: "Sì, sì, seguo tutto a livello sportivo...".
In un altro passaggio della conversazione Totò parla nuovamente del figlio Salvo, che il boss vuole che vada a lavorare a Firenze, una volta lasciato il carcere, perché a Corleone "non ci può tornare".
"Caro Giovanni – aggiunge però - nella vita dovete capire che siamo di Corleone, non siamo palermitani, quindi, se avete determinazione, pensate di trovare una ragazza lì a Corleone, perché bene o male, bene o male, è sempre una corleonese".
Giovanni non è d'accordo: "Però devo dire una cosa che il ragionamento mogli e buoi dei paesi tuoi, funzionava, un tempo; adesso purtroppo non è nemmeno così". E il padre risponde: "Eh sì però c'è sempre questo fatto dei paesi tuoi... Dici: 'Corleone non è più come i tuoi tempi' però a papà sempre una paesana bene o male sappiamo chi è la mamma, chi è la nonna, chi era il nonno, chi è il padre, invece alle volte...".
Poi torna sulla necessità di essere forti: "Vivo solo e non ho contatti con nessuno. Mi volevano annientare così. Hanno sperimentato questo fatto: 'Lo mettiamo solo e lo annientiamo, lo distruggiamo, lo finiamo'. Devono sapere invece... che a me non mi distruggete". "Facciamoci questa galera... Io a ottanta anni non lo so quanto si può campare ancora, stai tranquillo che cerco di tirare avanti. Io sono qua, come mi vedi, tranquillo e sereno che forse nemmeno potete immaginare".

“Papà è fenomenale”
In un breve passaggio i due boss accennano anche a Berlusconi, nell'ambito di un discorso sull'alimentazione. "Perché io qui ho preso chili... - è la voce del padre - Giovà, la vita che faccio io con questo signore... Berlusconi, che ci credo poco e niente, la vita che faccio con questo... io mangio come un pazzo e metto su chili".
Il giovane dice poi di trovarsi bene in carcere e di avere iniziato un percorso di studi,  ma il padre controbatte: "Cerca di non litigare con nessuno, comportati sempre bene, come mi sono sempre comportato io".
Giovanni interviene: "Ci vuole un po' di pazienza nella vita". Sentendosi rispondere: "E noi ne abbiamo". "Riconosco che la galera è difficile, però uno se si mette in testa di non far del male agli altri, diventa facile, bisogna avere un po' di pazienza".
Il figlio è d'accordo: "Ne abbiamo. Purtroppo sono già 14 anni che sono qua dentro ....".
E Totò sottolinea: "Giovanni, qui mi portano in braccio. Mi portano sul palmo delle mani... Mi rispettano tutti. Mi rispettano Giovà, sanno che sono tedesco, sanno che c'è profumo, qualcuno che... perché io non parlo. Io non gli rispondo, sanno che non parlo. Sono un ottantenne e conosco la vita che c'è fuori, il mondo che c'è fuori, quindi valuto tutto e tutti. E mi so regolare con tutti".
Poco prima aveva tranquillizzato il figlio: “Stai tranquillo che me la cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che papà è fenomenale. E' un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, io sono estero”. E ancora: “Ti devo devo dire la verità, io sono autosufficiente ancora... Non devi stare in pensiero perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un gioiello”.

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